Depressione, istruzioni per l’uso

Depressione, istruzioni per l’uso

L’OMS nella sua mappatura della popolazione mondiale dice che circa l’11% della popolazione italiana soffre di depressione, vale a dire più di un adulto su 10! È quindi una delle patologie più diffuse di cui forse non si parla mai abbastanza. La depressione ha varie componenti al proprio interno: una biologica, una ambientale e una intrapsichica. Una persona che sviluppa una depressione ha, normalmente, una predisposizione fisica; nella sua famiglia ci sono altre persone che soffrono o hanno sofferto di questo disturbo; sono capitati episodi destabilizzanti; ha una particolare visione di sé e del mondo. Per fortuna, quando c’è la necessità, i farmaci possono agire sulla prima componente e la psicoterapia sulle altre due. Ovviamente non possiamo cambiare gli avvenimenti passati, ma possiamo cambiare il nostro modo di viverli e il peso che assumono nella nostra esistenza.
Ci sono diversi tipi di depressione. Abbiamo due gamme di sintomi, una a carico della nostra emotività e l’altra a carico del sistema nervoso. Nel primo caso possiamo sentirci particolarmente tristi (anche disperati al punto di voler rinunciare a vivere), avvertire un senso di perdita di speranza, una mancanza di interesse per tutte le cose accompagnato dalla sensazione di valere poco o niente. Nel secondo caso potremmo notare alterazioni nel sonno, nell’appetito, avvertire difficoltà a concentrarci ed essere perennemente stanchi.

Alcuni di noi avvertono maggiormente gli aspetti emotivi, altri quelli nervosi. Se, a periodi come quelli sopra descritti si alternano periodi in cui ci sentiamo innaturalmente euforici, su di giri ed energici siamo di fronte a un’altra tipologia: il disturbo bipolare. Se, invece, avvertiamo la sensazione di avere un vuoto interiore incolmabile e questo disagio ci accompagna nella maggior parte del tempo, la sintomatologia si fonde con la personalità. Ciascuno di noi è diverso, quindi, anche nei disturbi, sviluppiamo un numero enorme di sfumature a queste tre grandi categorie che abbiamo, anche un po’ sommariamente, delineato. Non possiamo parlare di depressione se la tristezza, lo scoramento, la mancanza di speranza e di capacità di guardare al futuro, la mancanza di concentrazione e le alterazioni di sonno e appetito si manifestano dopo un lutto od un grave trauma.

A seconda della gravità di ciò che ci è successo, è fisiologico sentirci in questo modo fino a due anni. Per esempio questo è il caso della morte di un figlio. Nonostante ciò, se questa condizione perdura più di sei mesi senza darci un attimo di tregua, è comunque il caso di chiedere un consulto. Purtroppo la maggior parte delle persone che soffrono di depressione non chiede un aiuto professionale o lo chiede molto tardi nel tempo, spesso, dopo aver
intrapreso fantasiosi tentativi di cura che peggiorano ed incancreniscono la situazione
. Questo avviene anche perché ci sono ancora molti, troppi pregiudizi su psicologi e psichiatri e su chi si avvale del loro aiuto professionale. Essere depressi non significa essere “matti” e farsi aiutare con la psicoterapia e\o i farmaci non significa essere deboli o non avere abbastanza forza di volontà per farcela da soli. Inoltre, fare psicoterapia non significa mettere la propria personalità in mano ad una persona che può manipolarla a suo piacimento (nessuno ha questo potere) e prendere antidepressivi non significa infilarsi in un tunnel di dipendenza da cui non si uscirà mai più.

Sia i farmaci che la psicoterapia hanno lo scopo di eliminare il disagio e restituirci la nostra vita, e se non si può eliminarlo del tutto, farci comunque vivere al meglio delle nostre possibilità. E chi vive accanto ad una persona che ha questo problema come può esserle d’aiuto senza peggiorare la situazione? È importante dire che la depressione è estremamente difficile da affrontare sia per chi la vive in prima persona che per chi la vive di riflesso. La prima valutazione da fare è quindi chiedersi se siamo veramente disposti a metterci in gioco. Se la risposta dovesse essere no, non sentiamoci in colpa, anzi nel fare un passo indietro stiamo facendo un grande atto di responsabilità e onestà che può paradossalmente aiutare molto di più di un sì detto con riserva. In tal caso, infatti, la persona non potrebbe davvero fare affidamento su di noi e questo, prima o poi, verrebbe a galla, con il risultato di far sentire la persona ancora più sola e disperata. Un passo indietro, invece potrebbe dare un segnale importante e concreto che da soli è difficile uscirne trasformandosi in uno stimolo a chiedere aiuto.

Una seconda valutazione che va fatta è che per quanto armati di tanto amore, buona volontà e abnegazione, noi abbiamo
dei limiti e ciò che possiamo fare è dare sostegno, ma non possiamo risolvere il problema al posto della persona interessata. Dobbiamo quindi fare i conti con la nostra impotenza, almeno parziale, e non solo con la difficoltà dell’altro. Verosimilmente, nel percorso si attraverseranno momenti in cui le cose sembreranno andare peggio e potremmo sentirci risucchiare in un vortice di mancanza di speranza. È importante per questo mantenere degli spazi di autonomia e svago, dove ritrovare le forze e rilassarsi. Non serve a nessuno immolarsi per la causa, otterremmo solo di perderci insieme a chi vorremmo aiutare a ritrovare la strada. Infine, è indispensabile sentire che possiamo dare il nostro aiuto come, quando e quanto siamo capaci, senza pretendere da noi la perfezione.

Non siamo professionisti e non ci è richiesto di esserlo. Detto questo, alcune linee guida possono essere d’aiuto: innanzitutto parlare di come entrambi ci sentiamo e chiedere alla persona come possiamo aiutarla è sempre un buon punto di partenza. Alle volte nemmeno la persona interessata è in grado di indicare il tipo di aiuto di cui necessita; in questo caso è importante accettare questa situazione e non fare nulla. Se è vero che la depressione è una “materia” complessa, è assolutamente inutile punzecchiare la persona perché esca, si distragga e si impegni nelle cose. Può essere molto utile proporre attività, ma occorre fermarsi al primo no. È altrettanto controproducente fare appello alla forza di volontà e alla determinazione; non c’entrano con la depressione e questi discorsi aiutano solo a incrementare il disagio. È molto meglio proporsi di ascoltare (quando ce la sentiamo) senza esprimere giudizi e senza voler dare “buoni consigli”. Occorre però distinguere la vera “depressione” da quel senso di disagio di cui molti parlano che è, in realtà, una dilagante manifestazione delle proprie frustrazioni e delle proprie insoddisfazioni. Vivere, presuppone il fatto di accettare una certa dose di sofferenza senza la quale non esiste una reale crescita.

A cura di: Dr.ssa Simonetta Migliorini, psicologa psicoterapeuta – Studio Psicologia Maieutiké, Bologna
Fonte: Vivere lo Yoga