POSIZIONE COMODA SEDUTA.
Questa è la definizione tradizionale di Asana. Se però chiediamo alla nostra vicina di casa, ai nostri colleghi di lavoro, o alla nostra migliore amica (che non pratica), cosa pensano quando sentono parlare di Yoga, quasi sicuramente vi risponderanno evocando immagini di candele accese, incensi che bruciano, rilassamento e “om” vibrati nell’aria. In pratica… gente che medita. Ovviamente è tutto giusto. Lo Yoga è fatto anche, e in gran parte, di meditazione. La definizione stessa di Asana ci suggerisce quale sia il fine ultimo, l’obiettivo, di uno Yogi: conquistare una posizione seduta comoda, per poter rimanere a lungo nello stato estatico della meditazione. Se volessimo semplificare, potremmo affermare che tutte le altre asana, tutto l’Hatha Yoga, le sequenze, la pratica faticosa sul tappetino, sono al servizio del corpo, perché possa conquistare l’elasticità necessaria per stare in Siddhasana in maniera perfetta. Attraverso la pratica fisica, e la fatica che ne deriva, si sviluppano, infatti, la percezione e la padronanza di sé; dapprima del proprio corpo, dei suoi movimenti, di ciò che gli accade a livello fisico, poi questa percezione si assottiglia, e si comincia a percepire ciò che accade all’interno, fino a sentire, e controllare, l’energia che ci attraversa e che la pratica fa nascere e crescere in noi.
Questa consapevolezza, faticosamente conquistata, asana dopo asana, è al servizio di quel momento magico. Lasciando andare la mente nella meditazione, attraverso le numerosissime tecniche, possiamo percepire l’ascolto e sperimentare il controllo delle energie sottili che attraversano il nostro corpo; solo in questo modo possiamo sperimentare il Samadhi, la beatitudine, l’estasi. E una volta raggiunta l’estasi, cos’altro serve? Possiamo congelare l’istante per assaporare il momento all’infinito? Un momento è un battito di ciglia. È destinato a passare, a scorrere via. Il nostro scopo ultimo quindi è la ricerca infinita di quell’istante, la gioia di ricrearlo, di ritrovarlo, di riviverlo infinite volte? E nella vita quotidiana? Quando diventa Yoga tutto ciò che facciamo sul tappetino? L’azione è veramente al servizio della meditazione? O forse, è esattamente il contrario?
Riflettendo, forse è la meditazione che ci prepara ad affrontare la vita. Perché la nostra vita, volenti o nolenti, è fatta di azione, di sfide quotidiane, di montagne da scalare e crisi da risolvere. Perché, molto più che nell’ora di pratica, a casa o in ufficio, è nel quotidiano che dobbiamo essere veri guerrieri, radicati a terra, forti e determinati nell’azione. Con le persone che incontriamo ogni giorno dobbiamo trovare l’equanimità, la fiducia nell’altro, la compassione, la comprensione, anche quando ci pesa. Ed è attraverso la meditazione, attraverso la ricerca quotidiana di quello spazio di quiete, di silenzio, di pace, che troviamo il radicamento, la calma e la saggezza che possono renderci guerrieri illuminati e guidare le nostre scelte nella vita quotidiana. Certo, una volta trovato, la tentazione di utilizzare quello spazio per rifugiarsi, per fuggire dalla vita è forte. Il tempo della meditazione diventa l’unico momento di vita vera, di puro piacere che abbiamo durante il giorno. Diventa la vita, mentre il resto diventa il sottofondo, qualcosa da far passare, qualcosa di cui non curarsi. Una volta sfiorate le alte vette la vita materiale può assumere una valenza inferiore, bassa, grezza, inutile. Trascendente diventa l’unica realtà degna di attenzione, e l’immanente diventa del tutto trascurabile. E per alcuni è davvero così.
Per alcuni la via dell’ascetismo, della fuga dal mondo, della meditazione, o della preghiera se vogliamo leggerla in chiave più spirituale, diventa la vera chiamata. Ma, per molti di noi, purtroppo (o per fortuna?) non è possibile allontanarsi da tutto, cercare il silenzio, e rimanere sollevati da terra per sempre. Per la maggior parte di noi, la vita quotidiana, con le sue piccolezze, le sue difficoltà, le sue basse fatiche, resta l’unico terreno di gioco, quello in cui confrontarsi, quello in cui, appunto, vivere. E allora la meditazione diventa ciò che ci dà energia, diventa la benzina nel nostro serbatoio, la forza che sta al di sotto delle nostre azioni. In Ayurveda si chiama Ojas, ed è l’olio, il nutrimento che sottende tutte le attività yogiche più sottili. È l’olio che nutre e tiene in vita il fuoco della nostra energia (Tejas) e che ci consente di sviluppare la nostra forza vitale (Prana). Quindi il cerchio si chiude. Partiamo dall’azione, sul tappetino. Partiamo dal basso, dal corpo, dal nostro livello più grossolano, e attraverso esso arriviamo ad elevarci fino ai nostri livelli più sottili, fino al Samadhi, fino alla liberazione. Ma solo per tornare nel corpo. Per compiere nel mondo passi nuovi, rigenerati, illuminati. Questo è Yoga.
A cura di: Elisa Francese
Fonte: Vivere lo Yoga
