La relazione tra Yoga ed Ego è un argomento frequentemente presente nelle lezioni o conferenze sul tema ed è di sicuro interesse per ogni praticante. L’Io subisce trasformazioni profonde in virtù della pratica, ma è poi vero che è necessario andare oltre l’Ego, trascenderlo o, come qualcuno afferma distruggerlo?
Si tratta di una questione assai delicata e che va trattata con il massimo rispetto e molta cautela e, anziché esprimere a freddo un’opinione personale, mi sembra assai meglio aprire un percorso di approfondimento. Spesso ascoltiamo, approviamo o disapproviamo ripetendo frasi che sembrano sensate e chiare ma che forse così non sono. Il primo passo indispensabile, è chiarirsi su cosa è lo Yoga, cosa è l’Ego e poi, se possibile, che tipo di relazione hanno avuto in passato e quale oggi. Al termine Yoga viene generalmente attribuito il significato di unità, integrazione, completezza ritrovata, riunire e altro. Come vedremo, indica un percorso verso la realizzazione ma anche l’insieme delle tecniche e delle conoscenze necessarie a compiere questa impresa. Questo può, talvolta, creare una certa confusione… ma partiamo dall’inizio. Il termine compare già nel Rig Veda con il senso generale di ‘giogo’, nel senso di legare e tenere assieme, ma prende un senso più preciso solo nelle prime Upanishad (Taittirīya, Katha, Praśna) con il significato di ‘dominio dei sensi’.
Nella Bhagavad Gītā: il canto del beato, uno dei libri più conosciuti del Mahābhārata (e probabilmente inserito successivamente nel corpo del poema), vengono introdotte le casistiche di Bhakti, Karma, Jnana e Dhyāna Yoga, rispettivamente traducibili come Yoga dell’ado razione, dell’azione offerta a Dio, della conoscenza (dei testi sacri, della conoscenza sacra) e della meditazione. Ma è solo con gli Yoga Sutra di Patanjali (IIIV sec. AC) che il termine acquisisce un significato in qualche modo paragonabile a quello attuale; cioè viene a rappresentare contemporaneamente un sistematico percorso spirituale e l’insieme di pratiche volte alla realizzazione dello stesso, per il raggiungimento della suprema beatitudine o Samādhi. Successivamente, appaiono altre sistematizzazioni, altre scuole, in particolare lo Hatha Yoga a opera sembra di Gorakhnath (XII sec. D.C.), il Laya Yoga, il Bindu e il Kundalini Yoga, il Mantra Yoga, lo Yoga tantrico e innumerevoli altri; recentemente lo Yoga Integrale di Sri Aurobindo, una rivisitazione di eccezionale profondità e rilevanza circa la natura dello Yoga.
TUTTE LE FACCE DELLO YOGA
Questa breve e non esaustiva panoramica ci trasmette almeno un messaggio preciso e di cui dovremmo sempre tenere conto: quando si parla di Yoga è necessario specificare sempre di quale Yoga stiamo trattando! Perché non sono differenti solo le prassi ma anche la concezione di cosa sia realmente la realizzazione, il Samādhi. Per gli Yoga Sutra si tratta di isolare la coscienza da tutto ciò che è ‘Prakriti’, un termine che può essere genericamente tradotto con ‘natura omnincludente’, ovvero non solo manifestazioni materiali ma anche energia, psiche e potenzialità, in sintesi tutto ciò a cui la coscienza stessa può o potrebbe applicarsi. Dio è ‘non nominato’ ma si prende a modello un’entità denominata Ishvara, che rappresenta una struttura di coscienza perfetta e incontaminata e, in quanto tale, modello per lo Yogi.
Nel Vedanta, la via di coloro che seguono i Veda, le Upanishad e gli alti testi sacri dell’induismo è rappresentata dall’unione dello spirito umano (Ātman) con il Bráhman o spirito divino. La tesi sostiene l’identità dei due e si ritiene che la falsa dualità possa essere superata con la discriminazione, l’adorazione, l’azione votata al divino o la meditazione (Jnana, Bhakti, Karma, e Dhyāna Yoga). Altre forme di Yoga, come Hatha, Kundalini etc. presentano aspetti di tipo evoluzionistico e partono dal presupposto che la realizzazione derivi da un certo tipo di perfezione psicofisica progressivamente acquisita in forza di pratiche specifiche (ognuno propone le sue) e che comporta il risveglio di facoltà latenti e la sintesi dinamica delle opposte polarità psicofisiche, integrando energie complementari quali attivo-passivo, anche sole-luna o maschile-femminile, che nella sintesi vengono poi entrambe trascese. Nel Tantra Yoga viene specialmente esaltata la relazione tra micro e macrocosmo, il corpo e le sue energie sottili divengono il luogo del culto, della sacra ricomposizione, e al tempo stesso gli strumenti e gli oggetti della sua realizzazione.
CHI SONO IO?
Ora cerchiamo di capire cosa si intende con il termine Io o Ego. Sembra abbastanza semplice, io sono io! Se mi chiedete di darvi una descrizione di questo ‘Io’ allora mi troverete un po’ meno sicuro; sono ciò che mi sento di essere, ciò che penso di essere o che racconto agli altri quando parlo di me, quello che gli altri pensano che io sia o forse semplicemente l’immagine che vedo riflessa nello specchio, o il mio modo di reagire alle situazioni, i miei desideri e aspirazioni o magari tutte queste cose assieme? E tenuto conto che nessuno di questi aspetti, considerati separatamente o assieme, è realmente stabile, allora chi sono io? La psicologia e la psicanalisi ci insegnano che l’Io o Ego è una delle componenti della psiche la cui funzione è quella di darci un senso di identità relativamente stabile, senso di identità che si struttura e costantemente ridefinisce nel rapporto tra noi e il mondo e noi e la nostra interiorità. Ci insegnano anche che non siamo solo ‘Io’ ma che in noi agiscono con grande potenza forze inconsce, che esiste un’ulteriore struttura di controllo o SuperIo con potere di censura morale (quello che ci fa venire i fastidiosi sensi di colpa). Jung definisce inoltre una speciale componente denominata Sé che rappresenta l’insieme di tutti i fenomeni psichici, la totalità di ciò che si può chiamare individualità.
Per arrivare a una definizione condivisibile di Io possiamo affermare che si tratta di una struttura di relazione, ovvero un’entità priva di una sua propria natura, di sostanza, ma che diventa reale dall’interazione di altro. Priva di esistenza propria esiste solo all’interno di un flusso sempre cangiante; ciò che mantiene l’insieme, che mi fa considerare quell’Io come me stesso, è la costante riconferma di questa identità operata attraverso l’identificazione con tracce di memoria, un costante dialogo interiore di sostegno e ovviamente l’identificazione con il corpo, la cui realtà e solidità è fuori discussione e comunque sempre riconfermabile (in caso di dubbio pizzicare forte); nella società attuale anche la costante necessità di riaffermare la propria identità tramite documenti, tessere, firme, codici. In sintesi l’Io è ciò con cui stabiliamo identità; è un processo identificativo con cui ci identifichiamo, una doppia identificazione. Altro elemento davvero fondamentale è la funzione di timone dell’Io, ciò con cui ci identifichiamo e la sintesi di queste identificazioni (cioè l’Io) diviene la direzione della nostra vita, ne siamo consapevoli o meno.
IL CONFRONTO
Nella tradizione Yoga la questione tra Io e Yoga non si è mai posta nei termini in cui si pone oggi in occidente; è vero che nei testi si parla di ostacoli e tali ostacoli sono sicuramente espressione dell’Ego, ma non la struttura nel suo complesso la cui concezione era sicuramente differente da quella che noi abbiamo ora. Ciò che rendeva la questione inutile era, e sicuramente in alcune situazioni lo è ancora, la figura del Guru. Tradizionalmente lo Yoga si intraprende sotto la guida di un Maestro, che viene ricercato e scelto e da cui si viene accettati dopo avere superato alcune prove e preso specifici voti. Il Guru è considerato, a torto o ragione, come perfetto, espressione del divino, infallibile; il praticante si affida a lui (o lei) senza riserve, e sviluppa con esso un rapporto costante e totalizzante. L’adepto viene iniziato con un nuovo nome e lascia alla Guida spirituale la direzione della propria vita, rinunciando, di fatto, al proprio Io ormai obsoleto. Il Guru diviene soluzione prima che il problema sia posto. La spinta interiore per un simile passaggio, per un salto tanto importante e definitivo, proviene da un ambiente culturale molto caratterizzato come quello dell’India tradizionale: la salvezza, la concezione della vita come impermanenza e in quanto tale dolore, l’aspirazione a uscire dal Samsāra, il ciclo delle nascite e morti, la tensione verso l’estinzione del Karma e la realizzazione del Samādhi sono postulati indiscussi in ogni forma di pensiero filosofico e religioso che proviene dall’India.
Ma noi stiamo parlando di Yoga in occidente, dove le cose sono differenti. Ogni cultura ha i suoi terrori e suoi sogni; noi siamo spaventati all’idea dell’estinzione e della fine. L’idea della reincarnazione piace in quanto offre il senso di continuità, rafforza l’idea di altro dopo la morte, spinge a comportarsi meglio per poter aspirare a un futuro migliore. “Oltre il tempo e lo spazio” è un concetto che ci appare inafferrabile. Anche Samādhi piace, ma solo in quanto racconto di una beatitudine esotica e suprema che riguarda altri, che nessuno riesce veramente a comprendere e a cui probabilmente quasi nessuno è davvero interessato. In occidente, lo Yoga si è imposto non come via di salvezza ma piuttosto come via salutistica, con effetti estremamente positivi nel senso di avere ampliato il concetto di salute dal corpo alla psiche e dalla psiche alla natura spirituale dell’essere umano. Ci aiuta quotidianamente a stare meglio, a prenderci cura di noi stessi, essere equilibrati nei comportamenti, integri rispetto alle contraddizioni che quotidianamente ci troviamo ad affrontare e anche, questa è la cosa più importante, maggiormente consapevoli di possedere un’interiorità, una spiritualità, e di quanta forza e potere benefico possa da esse scaturire. Lo Yoga è per natura plastico e multiforme e, come l’acqua, è in grado di prendere la forma di qualsiasi contenitore. In occidente è nato un nuovo Yoga, con alcune differenze rispetto alla tradizione ma maggiormente efficace a espandersi nel nuovo ambiente. Un ibrido in via di definizione che, gradualmente e con cautela ma inevitabilmente, dovrà acquisire caratteristiche, modalità e obiettivi suoi propri. Se vogliamo dare alle domande iniziali un qualche tipo di risposta sensata e praticamente utile dobbiamo ripartire da qui, dallo Yoga in occidente.
CONCLUDENDO…
Il rapporto tra Io e pratica Yoga dovrà essere qui posto e affrontato in altro modo, anche tenendo conto di come l’alto numero di praticanti renda davvero impossibile, anche in via teorica, l’ipotesi di avere per ognuno di essi un Guru auto-realizzato come guida. La funzione dello Yoga rispetto alla natura dell’Io sarà in primo luogo terapeutica, curare l’Io malato, disturbato, ansioso, aritmico e disarmonico, dargli elasticità, leggerezza e trasparenza. Solo lo sviluppo di una più ampia e luminosa interiorità, integrata da uno stile di vita maggiormente sano ed energicamente economico, renderà possibile una chiara consapevolezza della natura inconsistente e identificativa dell’Io e un integrale cambio di prospettiva. A questo punto il praticante si troverà in una favorevole condizione di libero arbitrio e potrà scegliere, anche in funzione delle proprie inclinazioni, quale percorso seguire, la trascendenza, l’espansione della coscienza o quant’altro. Sicuramente non la distruzione, un concetto estraneo alla filosofia Yoga. Con un poco di fede possiamo anche accettare la logica secondo cui, quando l’allievo è pronto, il Maestro appare. Non sarà necessariamente un vecchio scheletrico e barbuto, potrebbe manifestarsi come voce interiore, sogno, un incontro e persino come incidente. Al momento opportuno ognuno avrà la propria risposta.
A cura di: Maurizio Morelli
Fonte: Vivere lo Yoga



