Speranza e fede

Speranza e fede

Speranza e fede sono due atteggiamenti psichici che possono apparire molto vicini, simili, complementari. Quasi due sorelle. Ma in realtà sono assai diverse e, per la modalità con cui agiscono sulla psiche, possiamo considerarle come appartenenti a due mondi distanti anni luce l’uno dall’altro, due dimensioni distinte.

Ma perché affrontare un tale argomento? Ovviamente per relazionarlo alla pratica Yoga che, come un fiore o qualsiasi altra creatura dotata di vita, per crescere e svilupparsi nel modo migliore necessita di un ambiente idoneo; contrariamente stenta e talvolta perisce. Lo Yoga richiede un ambiente esterno protetto da stimoli violenti o eccessivi, questo è risaputo, ma è soprattutto la condizione psichica a fare la differenza; più è stabile e splendente maggiormente efficace risulterà la pratica. Alla luce di queste considerazioni andiamo ad approfondire le peculiarità e le caratteristiche degli atteggiamenti psichici generati dalla speranza e dalla fede, per coglierne caratteristiche, similitudini e differenze e divenire consapevoli della direzione verso cui dirigere il nostro intento. “La speranza è l’ultima a morire” cita un antico adagio, che sottolinea un aspetto fondamentale di questa modalità psichica: fino a quando riusciamo a sperare non iniziamo a disperare.

In tal senso la speranza è sicuramente un atteggiamento utile, positivo, ci aiuta a rimanere vivi, a farci forza, a resistere quando sembra che tutto sia contro e che non ci sia alcuna possibilità di successo. Non dobbiamo però rinunciare a prendere consapevolezza di come, il valore della speranza, sia tale solo nella misura in cui lo relazioniamo al disperare, che è senza dubbio assai peggio. In sé non ha alcun valore e, per quanto riguarda la pratica Yoga, è un atteggiamento inadeguato. La speranza ci vincola al tempo, speriamo in un accadimento che ancora non c’è ma che per noi è augurabile, e questo ci porta a essere proiettati verso il futuro anziché ancorati nel presente. Speriamo sempre e, magari, visto che siamo di carattere forte, siamo anche capaci di impegno e volontà per raggiungere i nostri obiettivi. Purtroppo, quando finalmente riusciamo a raggiungere la meta, tutto intorno a noi si è modificato, noi stessi siamo differenti e la soddisfazione è quasi sempre di breve durata; per andare avanti è necessario darsi un altro obiettivo e ricominciare. Se invece falliamo, è ancora peggio. Ci ritroviamo immersi nella frustrazione, con la sensazione di avere buttato via tempo, energia, vita; avvertiamo la depressione che sta in agguato, pronta a ghermirci. In entrambi i casi non siamo mai stati in compagnia di noi stessi, ma sempre proiettati verso l’esterno in un momento futuro che, come l’orizzonte, per quanto ci avviciniamo rimane sempre alla stessa distanza. La speranza è figlia dell’ego temporale e dei suoi desideri. Speriamo ciò che pensiamo meglio per noi o che vorremmo per soddisfare una nostra ambizione, un’esigenza fisica, psichica ma, se vogliamo essere onesti, dobbiamo ammettere di non avere alcuna vera capacità di valutazione circa ciò che realmente ci permetterebbe di evolvere, renderci più spirituali o anche semplicemente stare bene. Sperare impedisce di accettare ma, solo aprendosi all’accettazione, si è in grado di vivere nel presente e cogliere le opportunità di crescita che la vita ci offre, le opportunità vere, correlate al karma e alla realizzazione della nostra speciale missione in questa dimensione.

In sintesi la speranza è un atteggiamento utile per andare avanti nella quotidiana arena della vita, ma incapace di suggerirci la direzione giusta, il contatto con il Sé interiore e di garantire quella serenità e stabilità della psiche che è invece il terreno di cultura migliore per chiunque scelga la via dello Yoga. La fede è un’altra cosa; è semplice e assoluta. È una convinzione che ha la consistenza della certezza. Convinzione che ogni cosa che ci accade è la migliore per noi e che contiene un’occasione, un messaggio, un’indicazione. Convinzione che lo Spirito Supremo che è in ognuno di noi non ci abbandona mai, non ci lascia mai soli e costantemente ci suggerisce la corretta direzione. Quando c’è la fede non si è mai né avanti né indietro ma sempre e soltanto nel posto giusto che è qui e ora; questo lascia aperti e lucidi, in relazione costante con il nostro centro, cioè concentrati. Dona silenzio e pace alla mente in cui la nostra voce interiore diviene udibile e grazie a essa diveniamo capaci di scelte rapide e precise.

Come un autista attento e preparato, siamo in grado di frenare, accelerare o cambiare rapidamente direzione quando questo si rende necessario. La fede è accettazione e presenza, contatto con le dimensioni spirituali e quindi luce, direzione e intento. E quando siamo nella fede, riusciamo a realizzare il paradosso spirituale, stare completamente nella vita rimanendone al tempo stesso distaccati, senza generare Karma. Questa è la condizione psichica ideale per chi vuole immergersi profondamente nell’oceano dello Yoga. ‘OM, sia fatta la Tua volontà’, non smettiamo mai di ripeterlo e la fede radicherà profondamente in noi.

LA PRATICA YOGA!

Non esistono pratiche Yoga che abbiano la qualità di fare maturare in noi la fede, ma alcune sono più favorevoli perché, simbolicamente, rappresentano una rinuncia alla volubilità dell’ego e al suo dominio. Citiamo anzitutto le posture che permettono immobilità prolungate e, quindi, un maggiore contatto con il proprio spazio interiore, di pari passo vengono quelle in cui la testa è a terra e/o verso i piedi, perché suggeriscono umiltà e abbandono degli schemi consueti e, per concludere, quelle che favoriscono l’espansione del chakra del cuore, sede del Sé eterno.

SULLA TESTA, SHIRHSA ASANA

È sicuramente una delle posture più potenti dell’Hatha Yoga ma anche quella con il maggior numero di controindicazioni e vorrei iniziare da questo; non deve essere praticata da chi è soggetto ad alta pressione arteriosa, debolezza cardiaca, ascessi e flogosi nell’area del capo, glaucoma, cataratta, artrosi ed ernie cervicali, aneurisma sospetto o accertato. È inoltre sconsigliabile in caso di eccesso di peso o sensibile deviazioni della colonna vertebrale. Quando possa essere praticata deve essere approcciata con cautela, sospesa appena il corpo inizia a sudare abbondantemente e incrementata progressivamente. Ha un’azione potente, stimolante ma anche riequilibrate, sul sistema nervoso; intensifica e affina l’energia psicofisica e favorisce la purificazione del corpo; riequilibra specialmente i tre Chakra superiori, Vishuddha, Ajna e Sahasrara. Come per tutte le posizioni rovesciate, ma in forma assolutamente speciale, apre nuove prospettive nel nostro modo di percepire e considerare la realtà. La testa appoggiata al suolo è simbolicamente un gesto di umiltà e di passaggio dalla freddezza della logica alla creatività dell’intuizione.

SHIRHSA-ASANA

ESTESA TRA I PIEDI, PRASARITA PADA UTTANA ASANA

Questa posizione è sostitutiva di Shirsasana con il vantaggio di non avere pressione nell’area cervicale; gli effetti sono molto meno potenti ma, mantenere a lungo questa asana, è relativamente facile e presenta controindicazioni limitate a ipertensione, ascessi nella parte alta del corpo, cefalea vasomotoria, aneurisma. Con simbolismo e benefici simili a Shirsasana dona anche elasticità agli arti inferiori e al bacino inoltre potenzia forza e agilità in tutto il corpo.

PRASARITA-PADA-UTTANA-ASANA

DISTENSIONE POSTERIORE, PASCHIMOTTANA ASANA

Oltre a favorire una profonda disintossicazione dell’organismo, questa asana ha la qualità di distendere la colonna vertebrale e regolarizzare le funzioni di tutti gli organi addominali e pelvici favorendo la sublimazione delle energie. Il tronco flesso sugli arti inferiori, come chiusi in un bozzolo, la testa verso i piedi, rappresenta un momento di profondo contatto con se stessi e il proprio spazio interiore, la creazione di una circolarità che induce a un naturale ritiro dei sensi e apre all’ascolto.

PASCHIMOTTANA-ASANA

FULMINE ROVESCIATO, SUPTA VAJRA ASANA

Deve essere evitata da chi soffre di labirintite, ernia del disco intervertebrale e inguinale e in caso di serie patologie del ginocchio. Favorisce l’espansione dell’area cardiaca, approfondisce la respirazione, rilassa il sistema nervoso, favorisce il contatto tra lo spazio simbolico del Chakra Visìhuddha (Chakra del collo) e l’area intuitiva del Chakra Ajna e Sahasrara. Con l’area addominale distesa e rivolta all’alto, al cielo, e il cuore aperto, simboleggia l’abbandono delle dinamiche egoiche a favore della canalizzazione di energie superiori e divine.

SUPTA-VAJRA-ASANA

LOTO, PADMA ASANA

Da evitarsi in caso di patologie del ginocchio; evitare forzature laddove siano presenti limiti fisici. In questa asana il flusso energetico trova il suo naturale equilibrio, sia nel senso del radicamento che dell’elevazione e sublimazione. Simboleggia lo sviluppo armonico di tutte le potenzialità umane, sostenute dalla terra ma anche collegate alla luce e al cielo.

LOTO,-PADMA-ASANA

POSIZIONE DEL RILASSAMENTO O DEL CADAVERE, SHAVASANA

In questa asana ogni resistenza viene abbandonata e, nell’assoluta immobilità, la consapevolezza di essere prende gradualmente il posto di quella, più caotica e impermalente, dell’esistere.

SHAVASANA

AJAPA MANTRA PRANAYAMA

Chiusi i sensi esterni e focalizzata l’attenzione sul suono sempre più sottile del respiro nel cuore si prende gradualmente coscienza della luce interiore che brilla in ognuno di noi, la vera origine della vita.

AJAPA-MANTRA-PRANAYAMA

Anche alcuni Pranayama sono utili e possono aiutarci a rafforzare il contatto con il centro spirituale, e quindi ascolto e accettazione che sono le basi su cui la fede poggia; tra questi consiglio l’Ajapa Mantra Pranayama

A cura di: Maurizio Morelli
Fonte: Vivere lo Yoga